Nel mondo professionistico della comunicazione, si dice che il linguaggio genera la realtà. Nel dentale questa operazione è più facile e evidente che mai. Per capire bene come stanno le cose basti pensare ai primi tre concetti che la parola evoca subito dopo che è stata emessa. Se dico “Barilla” subito arrivano: pasta, Italia, pranzo. Se dico “Mc Donald”: hamburger, patatine, famiglia ecc. Ora proviamo dalle nostre parti a vedere che succede.
Se dico “DENTISTA”: dolore, trapano, pinze, ago, tanti soldi! Per quelli più attempati, come me, arriverebbe prima quel tipico odore di chiodi di garofano che appestava le sale d’attesa con l’eugenolo.
Meglio “ODONTOIATRA”, è la stessa cosa, ma il suono è più recente e lontano dallo scenario popolare, dove le associazioni precedentemente menzionate, almeno tardano ad apparire.
Situazione drammatica invece per “ODONTOTECNICO”.
La prima reazione popolare è “meccanico dentista”, due associazioni peggiori sarebbe difficile pensarle, dove agli incubi di cui sopra si aggiungono: chiavi per svitare, martelli, pappagalli e cacciaviti. La seconda reazione è “abusivo”, forse addirittura con due B, e qui ci ha messo lo zampino qualche imbecille, i media, la politica e mi fermo qui altrimenti mi vengono fuori 30 anni di battaglie dove ho rischiato troppo per ciò che il sistema davvero meritava. La terza è “risparmio”, ed è direttamente collegata alla seconda, ma tant’è! La quarta è “capro espiatorio”, ovviamente se qualcosa non va con le protesi la colpa di chi sarà? Da parte mia il termine “odontotecnico” andrebbe cambiato studiando attentamente un nuovo nome, che evochi istintivamente qualcosa di diverso.
Aborro, imitando Mughini, anche il modo di dire davanti al paziente o anche nelle conferenze di molti odontoiatri che suona così: “IL MIO TECNICO!” Appena arriva questo suono all’orecchio del cittadino medio, davanti ai suoi occhi appare un tipo in tuta blu, con chiave inglese, che cerca la caldaia del riscaldamento. Tutto sbagliato! “TECNICO” appunto, ma soprattutto “IL MIO”: chi ha partita IVA appartiene a sé stesso e non ad altri, in particolar modo quando non si ha nessun contratto di collaborazione e per 5 euro lo si cambia a prescindere. Questo modo di parlare evoca subito sudditanza. Quando poi non si dice neanche il nome e cognome al seguito, la maleducazione e il non rispetto imperano! Il primo segno di una persona educata ed elegante, si vede quando rispetta il lavoro più umile, come ad esempio un cameriere alla tavola di un ristorante, nel caso dell’odontotecnico con la O maiuscola, si tratta di un’arte superiore, quindi ancor peggio.
Aborro al quadrato anche il termine “FABBRICANTE”, a mio avviso si addice alle torniture, quali sono i centri di fresaggio, ma non certo a chi lavora in punta di pennello. Auspico quindi che i giovani facciano una battaglia anche sui termini e si distingua bene, con le parole giuste, chi “produce” da chi “CREA”.
Il linguaggio genera realtà e così facendo, forse anche certi cambiamenti legislativi potrebbero essere facilitati.
Il “dentista meccanico” invece mi “sdrucciola” le orecchie quando cerca di spiegare la forma dei denti, che andrà a proporre al paziente, sia dal punto di vista estetico, che della forma funzionale. Facciamolo più quadrato, più triangolare, più a uovo, più lungo, più largo, più cicciotto, più giallo, con più pancia ecc. E poi viti, chiavi dinamometriche, abutment, all on four, latero-lateralità, lateroprotrusioni, sembrano il festival del complicare per sottomettere, del dire per non far capire niente, del millantare valore che spesso non c’è; il comico Cevoli nell’imitazione del sindaco romagnolo sarebbe più chiaro. Da sempre mi interesso di trasformare i denti in simboli e semplici numeri gestiti dalle virgole, per parlare alla gente con un linguaggio che tutti abbiamo imparato nella terza elementare. Per questo AFG (anatomic functional geomentry) non è la solita tecnica di modellazione che ha fatto il suo tempo, ma un sistema del futuro che consente anche al paziente di capire cosa è, e cosa fa davvero il dente umano: tramite, punti, linee e triangoli. Un gioco di simboli che è simile alle formine dei giochi dei bambini, altro che arzigogoli fantasiosi sulle creste secondarie che spopolano sui social con i relativi mi piace, dove poi si scambia il lato destro col sinistro! L’astrazione numerica, seppur a parole sembra complicata, è di fatto ciò che dai greci in poi abbiamo usato per vedere le cose in modo organizzato con l’occhio geometrico. È questo nella scuola di base che ci insegnano. Il cuore della forma, anche in digitale è la triangolazione e con i triangoli AFG spiega tutto il dente e la sua funzione, soprattutto quella a denti staccati, di cui ci si dimentica sistematicamente. Questa vera funzione, è legata ai lati dei triangoli e decide come mastichiamo e dove va il cibo. Con uno scanner e un monitor, il paziente può vedere e capire facilmente che differenza c’è tra un “tappo – otturazione” e la “rinascita globale” del dente, tramite il ripristino delle figure geometriche interne al dente stesso.
La comunicazione sbagliata nel dentale riguarda anche il termine “PROTESI” che evoca della “ferraglia artificiale in bocca”. Il paziente non va dall’odontoiatra per le protesi, ma per avere i DENTI indietro. Quindi saper parlare di denti e evitare il termine protesi dovrebbe essere un cult. Guardiamo a cosa fa un sommelier per farti gustare il vino prima che lo assaggi, oppure un esperto di profumi come decanta le fragranze: non si mette certo a spiegare gli aspetti tecnico-meccanici che ci sono dietro, ma esalta l’esperienza finale, il beneficio o l’emozione. Ecco perché AFG è così importante, se facesse vino, farebbe Barolo o Amarone, e te lo farebbe gustare prima che lo bevi, non solo dopo.
Un incisivo a tendenza rettangolare, per AFG che conosce i concetti di percezione visiva, della Gestalt di Arnheim di Marcolli, ha delle corrispondenze emozionali che derivano dalla geometria stessa e lo si descrive con parole che evocano quella forma. Parole legate al come la persona si sentirà e apparirà, “indossando” quel dente, come un gioco di linee che si interfacciano con quelle del viso e della personalità, perché esiste anche una psicologia della forma. Senza queste basi comuni della composizione, nessun architetto, nessuno stilista ecc. potrebbe arredare uno spazio, quale anche un viso e una bocca sono.
Manca totalmente, nel dentale, una formazione di base su questi aspetti basilari e si lascia tutto più che al gusto all’accettazione supina di molti pazienti: “più di così non si può” si sentono rispondere. Spesso anche i VIP sono vittime di queste mancanze di conoscenza, come ho già segnalato in un articolo precedente su questa rivista. Le parole giuste generano realtà. Far bene, da solo, non basta più!
INFOMEDIX ODONTOIATRIA ITALIANA 4 2025
